Racconti,
storie e relazioni d'incendio
Un intervento fra tanti -
inviato 15 agosto MC
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Agosto, lunedì pomeriggio.
Il sole, nel cielo limpido, comincia lentamente a calare dietro la torre
della piazza di Persiceto. Il vento asciutto rende un poco più sopportabile
il caldo accumulato dall’asfalto durante la giornata. È l’ora in
cui le persone tornano dal lavoro, o si preparano a farlo. Le strade, tuttavia,
non sono intasate di auto come nel resto dell’anno, dato che molti sono
in ferie. La signora Ines, custode del distaccamento dei Vigili del Fuoco
volontari, è intenta alle sue faccende, notevolmente accaldata.
Solo più tardi potrà sedere all’ombra davanti la caserma,
per godersi finalmente un poco di fresco. L’orologio della torre segna
le 16:37.
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Squilla il telefono. Sono
i Carabinieri di Sant’Agata Bolognese, un comune dell’area persicetana
distante 8 Km. Avvisano che sta bruciando l’edificio della scuola materna,
all’interno del paese. Chiedono di correre in fretta. La signora Ines non
si scompone, da troppi anni assolve questo compito. Chiede altre informazioni,
indispensabili per il soccorso: quale è la strada migliore per arrivare
sul posto, quale è l’estensione dell’incendio, e se ci sono persone
in pericolo. Spesso, da buona centralinista, dispensa anche consigli e
indicazioni per limitare i danni in attesa dell’arrivo della squadra. Il
grosso orologio della saletta radio segna le 16:42.
Intanto fa partire il segnale di chiamata
dei Pompieri. E’ un sistema radio di cercapersone, di portata limitata,
finanziato in parte dalla locale Partecipanza e in parte dagli stessi volontari.
Una volta si usava la sirena, proprio una sirena da allarme aereo dell’ultima
guerra, ma ormai il livello del rumore del traffico è tanto alto
che non la si sentirebbe più. E il telefono richiede troppo tempo
per trovare le persone. I piccoli apparecchietti, che vengono portati alla
cintura, trasmettono la chiamata all’istante e contemporaneamente, e la
custode comunica anche di cosa si tratta: "Incendio di edificio scolastico;
in caserma per incendio di edificio scolastico! ". E altrettanto
istantaneamente i volontari che la ricevono mollano, alla lettera, quel
che stanno facendo per precipitarsi in caserma. Intanto la signora Ines
informa la sala operativa del comando provinciale di Bologna, e chiede
di fare partire subito i rinforzi. Si tratta di una prassi abituale: gli
automezzi bolognesi dovranno percorrere almeno 20 Km solo per arrivare
a Persiceto.
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In pochi minuti i Pompieri
persicetani giungono in caserma, chi in auto, chi in bicicletta, chi di
corsa. Sanno che si tratta di un incendio potenzialmente molto pericoloso,
per cui corrono più del solito per le strade della città.
Le distanze sono piccole, bastano pochi minuti. Uno è in cravatta,
un altro in abito da lavoro, altri in calzoncini e ciabatte, così
come l’allarme li ha sorpresi. Qualcuno viene accompagnato dalla moglie,
ormai da tempo rassegnata alle fughe improvvise del consorte.
.Il primo che arriva mette in moto l’automezzo,
l’APS 160 (Auto Pompa Serbatoio), il mezzo principale del distaccamento,
con i suoi 3500 litri di acqua, la pompa, le scale e gli innumerevoli attrezzi.
Gli altri velocemente indossano la divisa sopra il vestito e gli stivali,
acchiappano al volo gli attrezzi da incendio - l’elmetto e il cinturone
- e salgono a razzo sul camion. Appena formata una prima squadra il camion
parte, con le luci blu accese e a sirena spiegata, ed esce dal portone,
lasciando nelle curve la solita scia di acqua. L'orologio al polso dell'autista
segna le 16.47.
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L’autista oggi è
Roberto I, ha il compito di portare il grosso e pesante automezzo carico
d’acqua attraverso il traffico, che oggi per fortuna è scarso. I
persicetani sanno da generazioni cosa fare per agevolare il passaggio dei
Pompieri, ma c’è sempre qualche indisciplinato o qualche giovane
che non afferra la situazione e intralcia, per cui guida con attenzione
per garantire la massima sicurezza. La centrale chiama per offrire altri
aiuti; potrebbe servire il carro bombole o un’ambulanza.
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Intanto gli altri terminano di cambiarsi,
tutti indossano il nomex (il giaccone rosso di protezione), il cinturone
e l’elmetto, e i guanti. E’ normale un poco di caos nell’abitacolo. Il
camion imbocca via Modena, e verso ovest si vede una alta, enorme colonna
di fumo nero, che il vento piega verso sud. La dimensione della nube è
impressionante, e fa prevedere un incendio di grandi dimensioni, già
molto sviluppato, con grave pericolo per gli edifici circostanti, dato
che si trova nel centro storico. Il caposquadra, Sandro, che siede davanti
sulla destra, informa via radio la centrale e chiede anche l’invio dell’autobotte,
prevedendo un notevole bisogno di acqua. Quella trasportata si esaurirà
dopo 10-15 minuti, se la pompa funziona a piena potenza. Si preparano gli
autorespiratori, è probabile che si debba entrare in ambienti invasi
dal fumo. Si distribuiscono i compiti, quando il camion si fermerà
bisogna essere pronti. Sono le 16:52.
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Intanto dal distaccamento parte la seconda
squadra, col polisoccorso. E’ un piccolo furgone senza acqua, con scale
e attrezzi. L’APS lascia la statale ed entra nel paese di Sant’Agata Bolognese.
La nuvola nera oscura il sole; le strade sono piene di gente accorsa a
vedere, e indica la strada. Agli incroci anche i poliziotti e i vigili
urbani fanno strada attraverso gli stretti vicoli del paese, e faticano
a tenere a distanza i curiosi. L’urlo della sirena rimbalza sui muri e
viene amplificato. Finalmente il camion entra dai cancelli della scuola
materna e si ferma nel cortile, a distanza di sicurezza dall’incendio.
Sono le 16: 57.
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Per fortuna appare subito
chiaro che l’incendio non è dentro, ma sopra l’edificio, sul tetto.
La fiamma è alta, il calore è forte; il rischio è
che l’incendio entri nell’edificio spaccando le finestre e il coperto.
E nel cortile c’è, piazzato, un camion con cestello sviluppato,
esposto all’incendio. Nessuna persona appare coinvolta, l’edificio è
vuoto. Il caposquadra dà qualche istruzione, e l’intervento entra
nella fase centrale. Mentre l’autista avvia il gruppo pompa e apre le saracinesche
dell’acqua, Carlo, Andrea e Marco prendono le manichette, le lance e il
divisore e preparano una "stesa" di due tubi per aggredire subito l’incendio
da due parti, da nord e da sud, e per proteggere il camion-cestello. Il
vento è forte. Lungo una parete sotto la parte incendiata sono parcheggiate
numerose biciclette da bambino; Marco le allontana, poi torna a irrorare
le pareti e il tetto. Roberto I e Roberto II piazzano una scala, Carlo
e Andrea salgono sul tetto con una lancia. La sorgente dell’incendio è
costituita da alcuni rotoli di bitume che alcuni operai stavano stendendo
sul tetto usando la fiamma ossidrica. Vengono spenti velocemente, e la
produzione di fumo si interrompe immediatamente. Lo schermo trasparente
del casco e il Nomex proteggono dagli schizzi di bitume liquido e bollente.
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Il caposquadra informa la centrale sulla
situazione, e comunica alle squadre della centrale, ormai in prossimità
di Persiceto, che il loro intervento non è più necessario,
e possono tornare in sede. Sono le 16:10.
Ora che la sorgente dell’incendio è
neutralizzata, occorre "smassare", ovvero rimuovere i materiali incendiati,
i rotoli, spegnendoli con l’acqua. Vittorio e Fabrizio II verificano l’interno
dell’edificio. Salvo alcuni vetri rotti dal calore, qualche favilla e molto
fumo nero che ha annerito un paio di soffitti, l’incendio non è
entrato nell’edificio. E’ stato fermato in tempo. Vengono aperte le finestre
per arieggiare e, assieme all’ingegnere comunale e al personale delle pulizie
della scuola, sopraggiunti nel frattempo, si valutano i danni e i lavori
per ripristinare al più presto l’agibilità dei locali. I
mobili, i cuscini, i giocattoli sono intatti.
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Ormai è tutto finito.
I Pompieri eseguono gli ultimi controlli, e iniziano a riporre gli attrezzi.
Bisogna recuperare e riavvolgere le manichette, smontare, lavare e riporre
le scale, le funi e i badili. Qualche vicino porta da bere ai Pompieri.
E’ un’usanza antica che va scomparendo, un atto di cortesia e di gratitudine
tra lavoratori, un rito antico che è sempre gradito. Il fumo in
gola dà fastidio, alla lunga. Con le facce sporche di fumo, si tolgono
finalmente gli elmetti e i guanti, scambiano qualche parola con le persone
che assistono, mentre il caposquadra adempie le ultime formalità
e raccoglie i dati che serviranno poi a compilare il rapporto sull’accaduto.
La causa dell’incendio è chiaramente una disattenzione involontaria;
gli agenti di Polizia e i tecnici del Comune, proprietario dell’edificio,
si occuperanno delle responsabilità.
Il caposquadra informa la centrale che
l’intervento è concluso,e le squadre rientrano; nella botte resta
ancora un terzo di acqua. Sono le 17:51.
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In caserma aspetta la signora
Ines. Il lavoro non è ancora terminato. Si riforniscono i mezzi
di carburante, di acqua, di manichette asciutte, si compilano i registri
e il rapporto. Quando l’ultimo Pompiere esce dal distaccamento tutto deve
essere pronto per il prossimo intervento. Tra cinque minuti, o fra due
giorni, chissà.
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Si torna al lavoro interrotto,
bisogna recuperare il tempo impiegato per il soccorso; o subito, trattenendosi
dopo l’orario di lavoro, o sabato.
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L’orologio della torre batte le 18:30.
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Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 1999 by Marco Cocchi
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